C'è una domanda che si sente fare spesso, quasi con un sorriso di sufficienza: «Il bianco? Ma non è mica un colore!». Eppure, basterebbe guardarsi intorno — nelle chiese, negli ospedali, nelle pubblicità dei detersivi, negli abiti da sposa — per capire che nessun colore occupa tanto spazio nel nostro immaginario collettivo quanto questo che si finge assenza. Per i nostri antenati, il bianco era uno dei tre colori fondamentali dell'universo cromatico, insieme al rosso e al nero. Sulle pareti delle grotte paleolitiche si usavano argille e minerali biancastri per disegnare animali.
Nel Medioevo, i miniaturisti aggiungevano biacca alle loro pergamene. Non c'era alcun dubbio: il bianco esisteva, aveva sostanza e peso. Fu l'invenzione della carta — e poi della stampa — a scardinare questo equilibrio. Quando il foglio bianco divenne il supporto neutro su cui scorrevano le parole, il bianco perse la sua materia e si trasformò in sfondo, in vuoto, in assenza. Ancora oggi il nostro lessico ne porta i segni: pagina bianca, notte bianca, andare in bianco. Il colore più antico è diventato sinonimo di niente.
Quasi ovunque nel mondo, il bianco rimanda all'idea di purezza. Non è un caso: pochi altri colori riescono a essere così uniformi, così privi di imperfezioni visibili. La neve, quando è fresca, trasforma il paesaggio in una superficie monocromatica perfetta e quella perfezione, nei secoli, è diventata metafora di innocenza. Questa associazione ha plasmato pratiche concrete.
Per secoli, tutti i tessuti a contatto con il corpo dovevano essere bianchi: non solo per ragioni igieniche — il bianco mostrava lo sporco, e si poteva bollire senza rovinarlo — ma perché una camicia non bianca era considerata, nel Medioevo, quasi un atto di oscenità. Molto più grave che presentarsi nudi.
E poi c'è l'abito da sposa. La tradizione del bianco nuziale è sorprendentemente recente: per secoli la sposa si vestiva di rosso. Solo con l'affermarsi del matrimonio cristiano come istituzione borghese, tra Settecento e Ottocento, il bianco è diventato il colore della verginità rivendicata, dell'innocenza da esibire. Un codice che resiste ancora oggi, anche quando ha perso il suo significato letterale. Il bianco è anche luce — e la luce è sempre stata divina. Nelle tradizioni monoteistiche, Dio è percepito come luce bianca. Gli angeli vestono di bianco. Con il dogma dell'Immacolata Concezione nel 1854, anche la Vergine acquistò il bianco come secondo colore. Persino i sovrani, la cui autorità derivava dal potere divino, adottarono lo stendardo bianco per distinguersi dalla massa variopinta degli eserciti.
Ma il bianco ha anche un volto inquietante. È il colore dei fantasmi, degli spettri, dei portatori di cattive notizie. Dall'antichità romana fino ai fumetti moderni — dove è impensabile che un fantasma appaia in qualsiasi altro colore — il bianco dell'aldilà è rimasto immutato. Non a caso: nella simbologia profonda, il bianco è anche il colore della morte. In Asia e in parte dell'Africa, è il colore del lutto. Il neonato e il vecchio, la culla e il sudario: il bianco segna entrambe le soglie della vita.
Il paradosso più moderno del bianco è questa sua tendenza a non bastare mai. La pubblicità dei detersivi non promette il bianco: promette il superbianco. Il freezer del frigorifero viene disegnato in azzurro per evocare qualcosa ancora più freddo, ancora più puro. Si inseguono sfumature oltre il bianco stesso.
Nel Medioevo, era il dorato a compiere questa funzione: l'oro rifletteva la luce divina in modo ancora più intenso del semplice bianco. Oggi, l'azzurro ghiaccio ha preso il suo posto nell'immaginario della pulizia assoluta. La ricerca della purezza, in fondo, non si è mai fermata: ha solo cambiato colore.


