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Il giallo - tra condanna e rivincita

Il giallo - tra condanna e rivincita

Se i colori fossero personaggi di un romanzo, il giallo sarebbe l'antagonista: quello di cui nessuno si fida, che tutti guardano storto, che porta con sé un'aura di tradimento e di sventura. Nell'Occidente medievale e moderno, è il colore dei falsari, dei traditori, degli esclusi. Eppure, in Cina era il colore esclusivo dell'imperatore. A Roma piaceva indossarlo durante le cerimonie nuziali. Come si è guadagnato una fama così oscura, questo colore solare?

Per capire il disamore europeo verso il giallo, bisogna attraversare il Medioevo. È in quell'epoca che qualcosa si rompe, e la frattura ha radici precise: la rivalità con l'oro. Il dorato era il colore della luce divina, della trascendenza, del potere sacro. Il giallo opaco, terreno, privo di lucentezza, ne era la parodia impoverita, la copia spuria. Tutto ciò che l'oro prometteva di eterno e puro, il giallo lo ribaltava in menzogna e decadenza.

Fu così che il giallo diventò il colore deputato a marcare visivamente chi si voleva escludere o infamare. Le case dei falsari venivano imbrattate di giallo. I cavalieri vigliacchi nei romanzi cavallereschi indossavano abiti gialli. E poi c'è Giuda: nessun testo evangelico descrive il colore della sua veste, eppure dall'iconografia medievale in poi lo si dipinge immancabilmente di giallo (spesso pure dai capelli rossi e mancino). Il giallo non ha semplicemente una cattiva reputazione: è diventato lo strumento visivo con cui le società medievali hanno imparato a indicare il nemico interno.

Il punto più buio di questa storia è noto: la stella gialla imposta agli ebrei dai nazisti non nasce dal nulla. Affonda le radici in una lunga tradizione medievale di segni identificativi  (rondelle, cappelli, fasce) che i concili cristiani imposero alle comunità ebraiche a partire dal XIII secolo, per impedire i matrimoni misti e segnalare visivamente chi si considerava estraneo alla comunità cristiana. Il Novecento ha ereditato e radicalizzato fino all'estremo una simbologia che aveva già secoli di storia.

Eppure il giallo non ha mai smesso di esercitare un fascino potente su chi sapeva guardarlo oltre le convenzioni. Gli impressionisti lo riscoprirono come colore della luce vera, quella che si vede en plein air e non si può imbrigliare in uno studio. I campi di grano, i girasoli, i cieli di fine estate: il giallo tornava a raccontare energia e vita, non più declino e vergogna.

Nel 1919, il giornale sportivo francese "L'Auto" (stampato su carta giallastra) scelse di assegnare al leader del Tour de France una maglia dello stesso colore, una trovata pubblicitaria. Un gesto quasi casuale che ha consegnato al giallo uno dei simboli sportivi più riconoscibili al mondo. L'Italia, con il suo spirito di contraddizione, ha risposto con il rosa per il Giro: ma anche questo è un altro colore con una storia tutta da raccontare. 

Nell'immaginario contemporaneo, il giallo è ancora il colore meno amato nei sondaggi europei. Lo si usa con moderazione, lo si considera vistoso, leggermente volgare nei contesti formali. Eppure qualcosa si muove: lo sport lo ha sdoganato, la moda lo attraversa ciclicamente, e i bambini, prima che le convenzioni culturali li condizionino, lo adorano, riempiendone disegni e finestre colorate con la gioia spontanea di chi non conosce ancora le gerarchie simboliche degli adulti.

Il giallo ha un bell'avvenire davanti a sé, a patto che riusciamo a liberarlo dal peso di un Medioevo che non gli ha mai perdonato di non essere oro.

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