Abbiamo parlato di bianco e nero, di rosso e blu, di verde e giallo. Ma il mondo reale, quello che abitiamo ogni giorno, quello che vediamo nel guardaroba, nelle strade, nelle vetrine, è fatto soprattutto di altro. È fatto di rosa cipria e di grigio perla, di arancio bruciato e di malva, di marrone terra e di viola vescovile. È fatto, insomma, di mezze tinte: quei colori che stanno tra i colori, che non hanno mai avuto lo stesso peso simbolico dei sei colori di base, ma che nella vita quotidiana occupano uno spazio enorme.
Il rosa non è sempre esistito come colore autonomo. Per secoli, era semplicemente un rosso attenuato, una variante più chiara di qualcosa che aveva già un nome. Fu il Romanticismo, nel XVIII secolo, a dargli un'identità propria e, con essa, una simbologia precisa: la femminilità, la tenerezza, la dolcezza. Un simbolismo così potente da sopravvivere intatto fino a oggi, condensato nell'espressione comune di vedere la vita in rosa. Il suo lato meno lusinghiero è la leziosità, l'eccesso di sentimentalismo, quella qualità un po' vuota dell'acqua di rose. Eppure il rosa ha saputo reinventarsi: la bandiera arcobaleno, che lo include tra i colori della diversità e della tolleranza, gli ha aperto un capitolo completamente nuovo della sua storia.
Se il rosa è un rosso addolcito, il grigio è qualcosa di più difficile da definire. Non è la mescolanza di due colori qualsiasi: è la zona di confine tra il bianco e il nero, e porta con sé tutta l'ambivalenza di quella posizione. Evoca la tristezza, la malinconia, il tedio. Eppure, per Goethe, era il colore più ricco di tutti, quello che contiene il maggior numero di sfumature possibili e che esalta tutti gli altri per contrasto. Il pittore della domenica, osservava, ama il grigio proprio perché autorizza le monocromie più delicate. E in effetti: fumo di Londra, grigio ardesia, grigio perla, ogni variante porta con sé un'atmosfera diversa, quasi un carattere.
Le mezze tinte non sono portatrici di grandi simboli come il rosso o il blu. Hanno un significato prevalentemente estetico e forse è proprio per questo che ci parlano in modo più intimo, meno codificato, più personale.
Il marrone è probabilmente il colore meno amato in assoluto tra tutti quelli che abbiamo a disposizione. Evoca la sporcizia, la povertà, il logorio e, non a caso, la parola italiana deriva dal nome del frutto della castagna, come se il colore non meritasse nemmeno un termine proprio. L'arancio ha avuto fortune alterne: nel Medioevo non esisteva nemmeno come categoria cromatica autonoma, prima dell'arrivo dei frutti che gli hanno dato il nome. Oggi campeggia sugli imballaggi dei medicinali e sulle pareti delle cucine, spesso con un effetto un po' aggressivo, tanto che molti lo considerano ormai simbolo di volgarità.
La grande lezione che emerge da questo catalogo di sfumature è forse la più radicale dell'intera storia dei colori: un colore non esiste in natura in modo oggettivo. Esiste perché un occhio lo guarda, perché una cultura lo nomina, perché una società decide di attribuirgli un significato. Il fisico misura lunghezze d'onda. Ma il rosa confetto, il fumo di Londra, il beige, il turchese, questi non sono lunghezze d'onda: sono costruzioni umane, invenzioni collettive, categorie dello spirito. Infatti lo dice Goethe: "un colore rimane un colore solo per la durata di tempo in cui lo guardiamo"
Siamo noi a fare i colori. E forse, una volta capito questo, possiamo permetterci di guardarli con un occhio più libero, con la competenza di chi conosce la loro storia e l'innocenza di chi la sa dimenticare al momento giusto.


