C'è qualcosa di insidioso nel verde. Lo guardiamo e pensiamo alla natura, alla calma, alla speranza. Lo troviamo sui cassonetti della raccolta differenziata, sulle insegne delle farmacie, sulle etichette del biologico. Eppure, per secoli, questo colore ha goduto di una reputazione tutt'altro che rassicurante: era il colore dell'instabilità, dell'inganno, del veleno. Il verde, in fondo, ha sempre nascosto bene il proprio gioco.
Prima di parlare di simboli, bisogna capire la materia. E la materia, nel caso del verde, è stata per lunghissimo tempo un problema. Ottenere un verde stabile era una delle sfide più ardue per i pittori e i tintori medievali. Le fonti vegetali (foglie, cortecce, radici) producevano toni che sbiadivano rapidamente alla luce, si alteravano con l'umidità, reagivano male con le fibre dei tessuti. I verdi minerali ottenuti con ossidazioni chimiche erano tecnicamente più brillanti, ma spesso contenevano sostanze corrosive o addirittura tossiche. In tedesco, non a caso, esisteva l'espressione "Giftgrün": verde veleno.
Questa instabilità chimica non era un dettaglio tecnico: ha plasmato profondamente il modo in cui le società europee hanno percepito e usato questo colore. Un pigmento che non si poteva controllare era un pigmento di cui non ci si poteva fidare. E quella sfiducia si è trasferita, nei secoli, nell'immaginario collettivo.
Nel Medioevo e nel Rinascimento, il verde era il colore di tutto ciò che si muove, che cambia, che sfugge. Era associato al caso, alla fortuna, ma anche alla sfortuna. Non a caso, sui tavoli da gioco di Venezia si posavano le carte e il denaro su un tappeto verde: il colore del destino, di ciò che può sorridere o tradire in un istante.
Il verde era anche il colore dei buffoni, dei cacciatori, degli innamorati. Tutto ciò che aveva a che fare con l'incostanza e il mutamento trovava in questo colore il suo emblema naturale. Non sorprende, allora, che il verde fosse anche il colore preferito per raffigurare esseri ambigui e pericolosi: draghi, demoni, serpenti, creature che abitano le soglie tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Gli attori di teatro ancora oggi, in alcuni paesi, evitano di indossarlo in scena: una superstizione antichissima, radicata in un tempo in cui il verde era davvero considerato un presagio nefasto.
C'è anche una vicenda scientifica, o meglio pseudoscientifica, che ha penalizzato il verde in modo sorprendente. Quando, nel XVIII secolo, i chimici elaborarono la teoria dei colori primari e complementari, il verde fu declassato a colore secondario, frutto della mescolanza di giallo e blu. Per i nostri antenati, questa idea sarebbe sembrata assurda: loro sapevano benissimo creare il verde direttamente, e nella scala cromatica antica lo collocavano accanto al rosso e al nero, come colore autonomo e fondamentale.
Ma la teoria dei complementari si impose e con essa, una svalutazione culturale del verde che raggiunse il culmine tra Otto e Novecento. Il Bauhaus, le scuole di design, pittori come Mondrian lo estromisero quasi del tutto dalla propria produzione, relegandolo a colore di seconda categoria. Con la scusa di conformarsi alla scienza, l'arte escludeva un colore che aveva accompagnato l'umanità da millenni.
Eppure il verde non ha mai smesso di circolare. Tra Settecento e Ottocento è diventato il colore della carta moneta americana e non per caso, ma perché nell'immaginario popolare il verde evocava già l'azzardo, la finanza, il rischio calcolato. Il dollaro verde porta con sé una storia di tavoli da gioco e di fortuna mutevole che affonda le radici nel Medioevo.
Nel corso del Novecento, poi, qualcosa è cambiato. Essendo considerato il complementare del rosso (il colore del proibito), il verde è diventato quasi per contrasto il colore del permesso, del via libera, della libertà. Semafori, segnaletica stradale, zone franche: il verde è diventato il colore del sì. E quando, dagli anni Settanta in poi, la sensibilità ecologica ha cominciato a diffondersi nelle società occidentali, il verde era già lì, pronto a farsi simbolo della natura, della pulizia, della sostenibilità.
Oggi il verde è ovunque: zone verdi, numeri verdi, energia verde, partiti verdi, prodotti biologici con etichette verde smeraldo. È diventato il colore della promessa ecologica, del ritorno alla natura, della coscienza ambientale. Ma vale la pena ricordare da dove viene: da secoli di instabilità chimica, di associazioni con il demoniaco, di fortuna e sfortuna, di veleni e di inganni. Il verde è un colore che ha attraversato la storia cambiando faccia ad ogni epoca, adattandosi e reinventandosi. Forse è proprio questa capacità di trasformazione, quell'instabilità originaria che lo rendeva inaffidabile in laboratorio, a renderlo così perfetto per il nostro tempo, in cui tutto cambia in fretta e ogni certezza ha il colore provvisorio di una speranza.


