Gino De Dominicis
Il mistero circonda la vita di Gino De Dominicis, sia come uomo sia come artista e la sua stessa morte è avvolta nell'oscurità. Personaggio sopra le righe, ha vissuto oltre ogni regola e ordine, isolato da qualunque corrente artistica, ha scelto di restare ancorato solo a se stesso.Amante del gioco d'azzardo che lo porta a vivere più di notte che di giorno, ha creato intorno alla sua figura una sorta di leggenda, ma senza mai permettere che qualcosa di questa sua vita potesse essere documentato da libri o fotografie, tanto quanto per le sue opere, che ricomprava per poi distruggerle. De Dominicis ha sviluppato la sua poetica tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta, indirizzando la sua filosofia sulla temporalità dei fatti, sull'immortalità del corpo, sugli oggetti invisibili (ladicotomia presenza/assenza), sul mistero della creazione e dell'esistenza umana (reso esplicito nel suo interesse per la civiltà sumera). Dagli anni ottanta si dedica maggiormente alla pittura, soprattutto tempera e matita su tavola, facendo di alcuni elementi visivi i suoi segni tipici:uomini con lunghi nasi, donne-proboscidi, corpi deformi con piccole mani ed enormi crani, ombre maestose,quasi a sfiorare il grottesco. Il suo messaggio, spesso così indecifrabile, è rivolto a sottolineare la centralità dell'arte che, tramite l'opera, diventa creazione e mistero. Quest'aura enigmatica si ritrova anche nei toni cromatici e compositivi del primo quadro figurativo di De Dominicis, Io a Roma (1986), contrassegnato da una figura sulla destra e dall'obelisco di piazza del Popolo sulla sinistra sovrastato dalla luna piena. Roma è la sua città di adozione, è la città eterna per eccellenza che, proprio per questa sua unicità immortale, l'artista ha amato sopra ogni cosa.

