Salta al contenuto

Blog

Lucio Fontana

Lucio Fontana

LUCIO FONTANA Rosario de Santa Fe (Argentina), 1899 - Milano, 1968 Ideatore dello spazialismo, pittore dei buchi, creatore dei tagli sulla tela, Lucio Fontana ha segnato un'epoca per la storia dell'arte italiana. Nato in Argentina e trasferitosi in Italia fin dal 1917-1918, arruolandosi come volontario nella Prima guerra mondiale, decide di dedicarsi all'arte seguendo i corsi, presso l'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, del simbolista Adolfo Wildt. Fontana si distacca tuttavia dagli insegnamenti del maestro e dalla figurazione plastica praticata dal gruppo Novecento, per seguire una sua strada, mescolando pittura e scultura verso una nuova dimensione: il nulla, il vuoto oltre la tela. Sono gli anni trenta ed è già evidente l'intenzione di agire "spazialmente" anche in rapporto con l'architettura, lavorando in collaborazione con diversi architetti della nuova generazione (Luigi Figini, Gino Pollini, i BBPR,Luciano Baldessari). Contemporaneamente si dedica alla ceramica, ad Albisola, ritornando verso un' espressione più figurativa, trattando temi vegetali e animali. Segue un sog- giorno argentino, dal 1940 al 1947, in cui approfondisce l'elaborazione della materia, del colore, della luce, della forma e dello spazio, e scrive il Manifesto Bianco (1946). Ormai l'"'arte spaziale" è dichiarata: nascono i "'buchi" nel1949 e, dieci anni più tardi, arrivano i "tagli", la tela viene forata affinché si raggiunga una dimensione cosmicadello spazio. Questi segni fisici sulla tela corrispondo nei suoi ambienti spaziali all'inserimento della luce al neon. L'"opera ambiente" è l'affermazione del coinvolgimentototale con lo spazio, un'unità tra oggetto, materia e volume. Inizialmente Fontana crea gli "ambienti neri", con l'applicazione della luce nera di Wood (il primo è stato realizzato per la mostra nella Galleria Il Naviglio a Milano nel 1949). Dalla Biennale del 1966 l'artista decide diutilizzare una soluzione "bianca", di luce totale. Nel 1968 realizza per Documenta 4 a Kassel Ambiente spaziale, un labirinto completamente bianco che conduce a un "taglio" su gesso bianco. Lo stesso labirinto, dopo la mor-te di Fontana avvenuta nello stesso anno, è stato ricreato in legno nel 1974  per Museo de arte Contemporaneo di Caracas, a cui la moglie ha donato il pannello  in gesso originale con il taglio.

Marisa Merz

Marisa Merz

Costruttrice possente e delicata, Marisa Merz continua a creare, ancora oggi, lavori intimi e visionari che rendono manifesto un tempo poetico tramite l'utilizzo di materiali naturali come la cera, l'acqua, il sale, la creta. Questi elementi primari pongono l'artista nello spirito dell'arte povera, da cui poi, negli anni settanta, prende le distanze, giungendo alla formulazione di un linguaggio personale nel quale coniuga 'artigianalità di materiali come il rame ai gesti dell'universo femminile come il lavoro a maglia. Oggetti di piccola taglia e diminuziosa tessitura raccolgono nella loro poesia e grazia un preciso equilibrio tra arte e vita, gesti e simboli, materiali e segni, I messaggi dell'artista sono sussurrati in modo delicato da opere che assumono una forza simbolica e allo stesso tempo ricevono un riconoscimento di fama internazionale (1992, Documenta IX.Kassel; 1994, Centre Pompidou, Parigi: 2001, 49. Biennale di Venezia). La piccola vasca in piombo, Fontana (2007), isolata su una porzione di pavimento, è come un generatore di vita, un'evocazione del ciclo vitale, uno svolgimento fenomenologico della vita e delle forme. L'acqua sgorga, poi cambia forma per trasformarsi in ghiaccio e svanire infine con l'evaporazione. È il senso del tempo naturale che si percepisce e che richiama anche il tempo della memoria e della sensibilità più privata, tanto che il vedere di fronte alla sua opera si trasforma più in un'ascoltare.

Getulio Alviani

Getulio Alviani

Personalità poliedrica, artista, critico d'arte e direttore di istituzioni, Getulio Alviani si distingue negli anni sessanta come uno degli esponenti principali dell'arte programmata. Conosciuta anche come arte cinetica o op art, questa corrente è caratterizzata dall'uso di materiali industriali e dall'importanza attribuita alla progettazione e alle modalità di fruizione, che vengono programmate quasi scientificamente. Dopo aver studiato architettura, Alviani si dedica a una produzione artistica che si colloca all'incrocio tra architettura, disegno industriale e grafica, con una predilezione per materiali e geometrie fredde che prevedono però l'attiva partecipazione del pubblico. La ricerca rigorosa di Alviani si concentra spesso sul tema del movimento, reale o illusorio, conseguito grazie a effetti di luce e ottici. I suoi primi lavori (Superfici a testura vibratile) sono moduli regolari di lastre di alluminio la cui superficie viene frisata, lucidata o cromata. Alviani crea anche opere ambientali, come Interrelazione cromospeculare (1969), uno spazio in cui specchi e colori si muovono e si fondono con l'intervento del pubblico. Vicino ai collettivi del Gruppo T e Gruppo N, Alviani espone alla Biennale di Venezia del 1964, in una sala con Enzo Mari ed Enrico Castellani. Nel 1965 viene invitato alla fondamentale mostra di arte cinetica "The Responsive Eye" al MoMA, mentre nel 1968 partecipa a Documenta 4, alla quale seguono incarichi importanti in tutto il mondo e la partecipazione a mostre in istituzioni prestigiose in Italia e all'estero.

Carla Accardi

Carla Accardi

Tra le maggiori animatrici dell'astrattismo  italiano e della scena artistica del secondo dopoguerra, nel 1947 Carla Accardi è tra i firmatari a Roma del manifesto da gruppo Forma 1, per un linguaggio basato sul colore e su disegno di forme astratte, in linea con le coeve ricerche che si sviluppano in Europa. Negli anni successivi l'artista è presente in numerose esposizioni in Italia e all'estero; nel 1964 le viene dedicata una sala personale nel Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, dove tornerà a esporre anche nel 1976, 1978 e 1988. La pittura di Carla Accardi, rifiutando ogni immagine figurativa e realista, è un intreccio di motivi geometrici rigorosi che appaiono libere creazioni dettate dall'inconscio, Inizialmente caratterizzate da lineari segni bianchi su fondi neri, negli anni sessanta le composizioni trovano il colore, declinato in articolati e squillanti disegni bicromi dall'intenso accento emotivo. Durante gli anni settanta, in pieno boom economico, l'artista sostituisce il tradizionale supporto della tela con fogli di sicofoil, una plastica trasparente. Montato a strati sul telaio visibile o addirittura arrotolato e appoggiato direttamente sul pavimento, il sicofoil dipinto con i caratteristici segni geometrici diventa un diaframma in cui la trasparenza del supporto regola il passaggio di fasci di luce, in un continuo sovrapporsi di piani in interazione con l'ambiente circostante, come in Rosso scuro (1974) e Punto con raggi (1972).

Enrico Castellani

Enrico Castellani

La ricerca artistica di Enrico Castellani è frutto di una profonda e attenta riflessione sulla pittura e sul significato tradizionale di quadro. Dopo aver frequentato i corsi di pittura e scultura all'Academie Royale des Beaux-Arts di Bruxelles e le lezioni di architettura alla École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, nel 1956 torna a Milano dove, nel 1959, fonda insieme a Piero Manzoni e Vincenzo Agnetti la rivista"Azimuth", che promuove una sperimentazione volta al superamento del concetto tradizionale di opera d'arte e dei suoi limiti. Protagonista in un momento di grande fermento artistico in Italia, nel 1964 è presente alla Biennale di Venezia con una sala personale nel Padiglione Italia, nel 1968 partecipa a Documenta 4 a Kassel e nello stesso anno è in prima linea nelle contestazioni alla Triennale di Milano e alla Biennale diVenezia. È del 1959 Superficie nera, il suo primo quadro monocromo ottenuto sagomando la superficie in introflessioni ed estroflessioni della tela, attraverso una struttura posteriore di chiodi fissati su un particolare telaio preparato dall'artista secondo un rigoroso disegno geometrico. La disposizione dei rilievi si determina di volta in volta in relazione alle dimensioni della tela e al colore scelto comunque sempre monocromo - ed è funzionale al movimento di luce che si vuole creare; su quella che non è più considerata una superficie bidimensionale entrano in gioco la luce, il tempo e lo spazio. Superficie bianca (1968) è in linea con le ricerche artistiche che considerano l'opera come un tutt'uno tra tela e telaio, in cui l'ambiente e la luce circostante creano ritmi spazio-temporali ogni volta diversi.

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan

Artista di indiscussa fama, che ha fatto parlare tutto il mondo di se stesso e delle sue sconcertanti, irritanti, ironiche e spiazzanti opere d'arte, Maurizio Cattelan, difronte a questo inestimabile successo, ha dichiarato più volte di avere scelto di fare l'artista perché è un mestiere dove non c'è bisogno di lavorare. Proprio il tema del lavoro, inteso come terrore del fallimento personale nella società contemporanea e come conseguenza della disoccupazione, è uno degli argomenti che l'artista tratta nelle sue opere, per esempio quando rappresenta la figura del barbone. Cattelan, dunque, accanto alla sua vena ludica, impertinente e dissacratoria nei confronti delle icone dell'arte (smonta il credo di Joseph Beuys sull'arte come rigenerazione sociale; si prende gioco del readymade di Duchamp; distrugge l'impostazione artistica di Lucio Fontana) e dei simboli del potere politico (le sue raffigurazioni di Kennedy, di Giovanni Paolo II, di Hitler), dichiara apertamente di riflettere sulla sofferenza, l'infelicità, l'insoddisfazione dell'epoca contemporanea e sulla condizione di sottomissione ai dogmi che oggi opprimono l'uomo. È il lato malinconico di Cattelan che emerge e che è evidente in Bidibidobidiboo (1995), autoritratto surreale dell'artista in veste di scoiattolo suicida all'interno di una cucina miniaturizzata, riproduzione di quella in cui ha vissuto da bambino. Il richiamo all'infanzia è suggerito anche dal titolo fiabesco che, in modo grottesco, collega la violenza dell'atto del suicidio con il potere della formula magica, riscattando l'uomo dalla condizione di sottomissione, verso un'evasione. Nella seconda opera presentata in mostra (All, 2008), Cattelan affronta in modo ancora più dichiaratamente tragico la tematica della morte. Nove corpi allineati come in una fossa sono coperti da un leggero lenzuolo poggiato sopra le membra perfettamente delineate dalla lavorazione quasi barocca del marmo carrarese. È una riflessione dell'artista su diverse tematiche da sempre ricorrenti nella storia dell'umanità, quali i massacri, le persecuzioni, le morti ingiustificate, i martiri, che, come l'arte di Cattelan, spiazzano e sconcertano l'inconscio collettivo.

Gino De Dominicis

Gino De Dominicis

Il mistero circonda la vita di Gino De Dominicis, sia come uomo sia come artista e la sua stessa morte è avvolta nell'oscurità. Personaggio sopra le righe, ha vissuto oltre ogni regola e ordine, isolato da qualunque corrente artistica, ha scelto di restare ancorato solo a se stesso.Amante del gioco d'azzardo che lo porta a vivere più di notte che di giorno, ha creato intorno alla sua figura una sorta di leggenda, ma senza mai permettere che qualcosa di questa sua vita potesse essere documentato da libri o fotografie, tanto quanto per le sue opere, che ricomprava per poi distruggerle. De Dominicis ha sviluppato la sua poetica tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta, indirizzando la sua filosofia sulla temporalità dei fatti, sull'immortalità del corpo, sugli oggetti invisibili (ladicotomia presenza/assenza), sul mistero della creazione e dell'esistenza umana (reso esplicito nel suo interesse per la civiltà sumera). Dagli anni ottanta si dedica maggiormente alla pittura, soprattutto tempera e matita su tavola, facendo di alcuni elementi visivi i suoi segni tipici:uomini con lunghi nasi, donne-proboscidi, corpi deformi con piccole mani ed enormi crani, ombre maestose,quasi a sfiorare il grottesco. Il suo messaggio, spesso così indecifrabile, è rivolto a sottolineare la centralità dell'arte che, tramite l'opera, diventa creazione e mistero. Quest'aura enigmatica si ritrova anche nei toni cromatici e compositivi del primo quadro figurativo di De Dominicis, Io a Roma (1986), contrassegnato da una figura sulla destra e dall'obelisco di piazza del Popolo sulla sinistra sovrastato dalla luna piena. Roma è la sua città di adozione, è la città eterna per eccellenza che, proprio per questa sua unicità immortale, l'artista ha amato sopra ogni cosa. 

Venderequadri Highlights - Gustav Klimt - Speranza II

Venderequadri Highlights - Gustav Klimt - Speranza II

Una donna incinta china la testa e chiude gli occhi come se pregasse per la salvezza del bambino. Da dietro lo stomaco fa capolino un teschio, simbolo del pericolo cui va incontro. Ai suoi piedi tre donne a capo chino alzano le mani, si suppone in preghiera, anche se con tanta solennità da far pensare al lutto, come presagissero il fato del bambino. Perché allora il dipinto si intitola cosi? In origine Klimt aveva intitolato questa sua opera Vision, e Speranza un'altra precedente rappresentazione di una donna incinta; quindi per associazione con il precedente, questo dipinto è conosciuto come Speranza II Tuttavia qui vi è una ricchezza che compensa la gravità della donna L'ispirazione artistica di Klimt come quella di altri artisti della sua epoca, aveva origine non solo in Europa ma anche ben oltre i suoi confini. Viveva a Vienna, crocevia di Oriente e Occidente e si rifaceva all'arte bizantina, alla lavorazione dei metalli micenea, ai tappeti e alle miniature persiani, ai mosaici ravennati, ai paraventi giapponesi .In questo dipinto l'abito a motivi d'oro della donna - disegnati a piatto, come gli abiti delle icone russe, mentre la pelle è espressa con rotondità e tridimensionalità - è di una bellezza decorativa straordinaria. Nascita, morte e sensualità della vita sono qui insieme sospese in equilibrio.

Venderequadri Highlights-Edvard Munch - Il temporale

Venderequadri Highlights-Edvard Munch - Il temporale

Munch ha dipinto il temporale ad Aasgaardstrand, piccola località norvegese sul mare dove soggiornava spesso. Quell’estate un forte temporale c’era stato davvero ma non sembra essere questo il soggetto del dipinto e neppure i postumi del temporale, bensì un temporale interiore, un’angoscia mentale. In piedi vicino all’acqua, nel misterioso blu notte dell’estate scandinava, un po’ luce è un po’ ombra, una giovane donna si stringe la testa tra le mani. Altre donne stanno discoste e ripetono il suo stesso gesto angosciato, il perché non è chiaro. La loro disposizione in circolo e l’abito bianco della protagonista fanno pensare a qualche antico rito pagano, anche se la solida casa sullo sfondo con le finestre illuminate e indice di una vita normale dalla quale le donne sono escluse o che forse esse stesse non tollerano l’espressione antica di Munch. Rivela la trasformazione di ricordi o emozioni personali in una dimensione onirica, mitica ed enigmatica. I contatti con la poesia simbolista francese durante la permanenza a Parigi lo hanno convinto dell’urgenza di un’arte più soggettiva: non servono altri dipinti di “ gente che legge e donne che fanno la maglia“. Partecipe negli anni 90 del movimento simbolista internazionale, diventerà il precursore dell’espressionismo.