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“Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” al Museo del Corso

“Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” al Museo del Corso

L'esposizione, curata da Cäcilia Bischoff, non è solo una sfilata di capolavori, ma un'indagine sul collezionismo come strumento politico e diplomatico. Il percorso ricostruisce come gli Asburgo abbiano costruito la propria immagine imperiale attraverso il mecenatismo, trasformando il Kunsthistorisches Museum in un archivio del sapere europeo. Nella prima sala ci accolgono Sissi e Franz sotto forma del loro doppio ritratto. Sono loro che hanno finalizzato la costruzione dell’odierno Museo, chiamando gli artisti più importanti dell’epoca, tra cui anche Klimt. La prima sala, infatti, non mostra solo in una mappa interattiva quali siano stati gli spostamenti dei più grandi artisti presenti in collezione, ma presenta anche i legami architettonici precisi che uniscono Palazzo Cipolla al palazzo viennese, spiegandone la storia anche attraverso installazioni video nelle quali "tornano in vita" i loro architetti: Gottfried Semper, Carl Hasenauer e Antonio Cipolla. Dopo l’introduzione, il percorso si suddivide in contesti geografici diversi che invitano a scoprire gli artisti di corte di vari Paesi e le caratteristiche che li accomunano. Per godersi appieno la visita bisogna lasciarsi alle spalle il concetto di mostra tematica o cronologica: ogni sezione presenta oggetti diversificati, ma ogni singolo pezzo è un capolavoro assoluto. Un percorso breve che può essere considerato quasi un buffet di eccellenze, tra le quali si fa fatica a scegliere. Già la prima sezione presenta opere di Van Dyck, Rubens, Pourbus e Brueghel il Giovane. Spaziamo tra miti, allegorie, ritratti, scene di genere e nature morte. Tanti frammenti preziosi, ognuno mirabile a modo suo, che permettono di comprendere la vastità dei soggetti fiamminghi: dalla minuzia assoluta nella resa del dettaglio lenticolare alla pennellata veloce e liquida che si sfalda, muovendo l'animo dell’effigie. Si prosegue con una Wunderkammer in miniatura, che espone una mela marcia in marmo e una testa di piccole dimensioni che allude al decadimento umano, con metà volto giovanile e l’altro ridotto a teschio e consumato dai serpenti. Sono presenti lussuose coppe realizzate con conchiglie di Nautilus e pietre dure, oggetti che all’epoca venivano esposti nei banchetti come simboli di ricchezza e potere e che oggi sono sempre meno noti.La sezione degli olandesi spazia dai precursori delle scene di genere, come Pieter Aertsen, ad autori come Frans Hals, caratterizzato da una ritrattistica sciolta, ma sobria e d’impatto. La sezione dei tedeschi presenta invece opere di Cranach — tra cui una delle molte versioni di Adamo ed Eva — e lavori “iperrealisti” che comprendono non solo nature morte, ma anche uno dei più famosi trompe l’oeil di Sebastian Stoskopfs: una tela che sembra accogliere l’incisione di una Galatea. Si narra che, quando l’opera fu' presentata per la prima volta, l’imperatore cercò di afferrare la carta prima di capire l’inganno e scoppiare a ridere. Le ultime sezioni sono nuovamente una corsa tra capolavori: parliamo di opere di Arcimboldo, Velázquez, Veronese, Tintoretto, Moroni e dei lavori, che forse più mi hanno colpito, come la Morte di Cleopatra di Guido Cagnacci e il Riposo durante la fuga in Egitto di Orazio Gentileschi.Il fulcro concettuale della mostra, infine, è l’Incoronazione di spine di Caravaggio, a cui viene dedicata una stanza intera. Il volto morbido e pallido del Cristo, rassegnato ma forte, si staglia tra le figure che lo circondano: i carnefici con la pelle consumata dal sole, le mani forti e le unghie sporche. È una lezione sull’analisi cruda della realtà, l'ingresso prepotente del quotidiano nell’arte sacra che segnerà la pittura per sempre. Difficile dare un giudizio univoco su questa mostra, che spazia tra temi, nazioni e corti. È un percorso che racconta il meglio che l’epoca ebbe da offrire, cercando di districare le motivazioni per cui proprio questi generi e questi artisti ebbero così tanta fortuna presso le principali corti del continente. Ogni opera a sé stante è un capolavoro; non ci sono oscillazioni di qualità. A "spizzichi e bocconi" veniamo introdotti a ciò che alimentava la reputazione imperiale: doni principeschi e pittori desiderati, costantemente in viaggio per soddisfare i più importanti collezionisti. È certamente un’occasione unica per ammirare queste eccellenze senza prendere un volo per Vienna, ma forse è anche lo stimolo ideale per fare i bagagli e scoprire quali altre meraviglie abbia da offrire il museo viennese. 

Il corpo femminile nell’arte

Il corpo femminile nell’arte

Nell’arte occidentale, la narrazione del corpo femminile rimane a lungo dominata dagli uomini e, oltretutto, la sua rappresentazione è rara e marginalizzata nell’arte più antica. Non a caso, quando viene chiesto all’Intelligenza Artificiale di creare un ritratto basato sui canoni dell’arte moderna, il risultato è un uomo bianco di ceto medio, frutto della selezione e della successiva elaborazione di ben quindicimila ritratti realizzati tra il XIV e il XX secolo. È questo ciò che viene codificato per anni nel mondo dell’arte.Il corpo femminile, inizialmente, è relegato quasi esclusivamente alla figura sacra e ai devoti; in seguito si aggiungono la mitologia e il ritratto nobiliare. Solo nell’Ottocento il corpo femminile non necessita più di giustificazioni narrative per essere rappresentato, ma diventa a tutti gli effetti un repertorio artistico su larga scala, decontestualizzato dal racconto sacro o profano e assunto come soggetto a sé stante.Ancora nel 1989 il collettivo artistico Guerrilla Girls (si noti che la versione femminile del termine è inesistente) si interrogava: «Le donne devono essere nude per entrare al Met Museum? Meno del 4% degli artisti nella sezione di arte moderna sono donne, ma il 76% dei nudi è femminile». Questo articolo, per quanto breve, vuole aprire un piccolo squarcio sul corpo femminile nell’arte, soprattutto nell’ultimo secolo. Sfoglieremo, a mo’ di diapositiva, alcune delle sue accezioni più drammatiche, perché per offrire un’analisi più completa sarebbe necessario scrivere un libro. Vediamo però alcuni momenti iconici che hanno codificato una nuova visione della donna e sdoganato nuove libertà, facendo diventare le donne parte della discussione, che si espongono in prima persona per interrogare tematiche politiche e sociali.Probabilmente il dipinto che più degli altri apre il mondo a una nuova visione del corpo femminile è L’origine del mondo di Gustave Courbet. Con un realismo quasi fotografico riprende una vulva femminile in primo piano e di scorcio. L’allegoria è avallata dal titolo: non si tratta quindi di un dipinto erotico, ma di una realtà fattuale raccontata in maniera cruda, lasciando spazio al potere del corpo generatore di vita, in un inno alla fecondità, alla vita e anche al sesso. Prima, per poter dipingere un nudo femminile, serviva un pretesto; solo in seguito diventa corpo concreto, calato nella realtà del quotidiano.Una delle prime donne del Novecento che prende il proprio corpo come modello, non per affermazione sociale ma per espiare il suo dolore fisico e mentale, è Frida Kahlo. Dopo l’incidente nel quale è stata trafitta da un’asta, trascorre lunghi periodi allettata con un corsetto. La sua immaginazione non viene trasferita solo sulla tela, nei suoi corpi onirici e nelle visioni inquietanti, ma dipinge anche il corsetto stesso che deve portare, cercando di espiare il male con la forza del colore.Una svolta decisiva arriva con la performance art, probabilmente il più grande momento di cesura. Figure come Valie Export, Gina Pane e Marina Abramović non creano opere che raffigurano corpi, ma è il corpo stesso a diventare tela, espressione, comunicazione e scandalo.Valie Export, con interventi come Tap and Touch Cinema (1968), porta la riflessione sul terreno del desiderio e dello sguardo. Indossando una scatola che lascia scoperto il seno, invita i passanti a toccare, ribaltando la dinamica tradizionale del cinema e della visione. Il corpo non è più immagine distante e bidimensionale, ma presenza capace di rispondere e destabilizzare. Export denuncia l’oggettificazione mediatica e restituisce alla donna il controllo della propria esposizione.Nel 1974, in Rhythm 0, Abramović si offre al pubblico come oggetto passivo, mettendo a disposizione set­tantadue strumenti, tra cui una pistola carica. L’esperimento rivela quanto rapidamente lo sguardo possa trasformarsi in violenza quando il corpo femminile è percepito come disponibile. L’artista non rappresenta la vulnerabilità: la vive, la espone, costringendo lo spettatore a confrontarsi con la propria responsabilità. Anni dopo, in The Artist Is Present, il corpo immobile e silenzioso diventa invece spazio di relazione, intensità emotiva e resistenza, soprattutto nell’incontro con Ulay, che era stato a lungo suo compagno nella vita come nell’arte.Gina Pane, attraverso azioni come Azione sentimentale, utilizza il taglio e la ferita come strumenti simbolici. Le sue performance, spesso caratterizzate da piccoli atti di autolesionismo controllato, non sono gesti di spettacolarizzazione del dolore, ma tentativi di rendere visibile la sofferenza collettiva. Il sangue diventa segno, il corpo superficie politica. Pane sottrae la ferita alla dimensione privata e la colloca nello spazio pubblico, trasformando il sacrificio in linguaggio.Queste pratiche aprono la strada a molte artiste contemporanee. Si pensi a Shirin Neshat, che attraverso fotografia e videoarte affronta temi legati all’identità femminile nel contesto islamico, alla repressione politica e alla guerra. Spesso è il suo stesso volto a diventare portavoce di scrittura e resistenza. Il corpo diventa superficie narrativa, archivio di memoria e mezzo di denuncia.Le artiste non chiedono più di essere incluse in una narrazione preesistente, ma ne costruiscono una nuova, mettendo in gioco la propria presenza fisica. Il passaggio dall’idealizzazione alla concretezza non è soltanto estetico, ma molto di più. Il corpo femminile diventa autonomo, soggetto raffigurato o mezzo di comunicazione; una rivendicazione della donna del proprio corpo e della sua percezione. Prende possesso del proprio spazio, cerca di liberarsi da una narrazione alla quale è stata soggiogata troppo a lungo, per trovare finalmente una propria voce.

Archiviazione opere d'arte: cos'è, quando serve e perché è indispensabile

Archiviazione opere d'arte: cos'è, quando serve e perché è indispensabile

Se possiedi un'opera di un artista dotato di Archivio o Fondazione, probabilmente ti sei chiesto se sia necessario farla archiviare prima di venderla. La risposta, nella maggior parte dei casi, è sì. L'archiviazione non rappresenta soltanto una verifica dell'autenticità dell'opera, ma costituisce uno strumento fondamentale per la sua tutela, valorizzazione e commerciabilità. In questa guida scopriamo cos'è un Archivio d'artista, quando l'archiviazione è necessaria e quali sono le implicazioni legali e di mercato.

Antonio Pedretti: il “Bianco Lombardo” trova casa a Villa Borghi

Antonio Pedretti: il “Bianco Lombardo” trova casa a Villa Borghi

“Non si può non essere colpiti dalla sicurezza con cui il tuo segno, le tue note di colore definiscono un paesaggio, una figura, un intero nei suoi tratti essenziali”, queste le parole con cui Renato Guttuso descriveva l’opera giovanile di Antonio Pedretti,, artista che ha ormai consolidato la sua fama in una carriera lunga oltre cinquant’anni. Per onorare il suo costante impegno, è stata inaugurata presso Villa Borghi di Biandronno la Collezione Permanente del Bianco Lombardo: un evento singolare che gli dedica uno spazio espositivo stabile.

Van Gogh e la costruzione del genio: la narrazione come pennellata finale dell' opera.

Van Gogh e la costruzione del genio: la narrazione come pennellata finale dell' opera.

Il genio di Van Gogh era già sulla tela, ma il mondo non lo vedeva.Solo grazie a chi ha raccontato e condiviso la sua opera, il genio è diventato visibile.Quando talento e narrazione si incontrano, nasce il mito.

Egon Schiele - Ritratto d'artista

Egon Schiele - Ritratto d'artista

«Io dipingo la luce che emana da tutti i corpi. Anche l’opera d’arte erotica ha una sua sacralità! Arriverò così lontano che si resterà impauriti davanti alla grandezza di ciascuna delle mie opere “vive”.» Queste sono le parole di Egon Schiele, tracciate in una lettera a Leopold Czihaczek inviata il 1° settembre 1911. Schiele, al giorno d’oggi, può essere considerato un artista iconico, noto in tutto il mondo come esponente di spicco del primo espressionismo viennese. Era rivoluzionario nel suo disegno, sintetico, spigoloso, di un’intensità drammatica forse mai vista prima.Scelse soggetti tabù, come anni prima aveva fatto Rodin, ma con un’intenzione diversa. Con Schiele cambia l’uso dello spazio: si avvia una contrapposizione nuova tra figura e sfondo, una decentralizzazione del soggetto, un ribaltamento tra spazio pieno e vuoto. Il suo tratto a volte può apparire quasi caricaturale, con le sue estremizzazioni anatomiche, e affronta temi di carnalità che, pur esistendo prima, raramente erano stati così centrali nell’operato artistico di un pittore.Sulla sua vita sono ormai stati versati fiumi di inchiostro, analizzando le sue opere, la sua esistenza e le difficoltà che ha affrontato. Libri e film hanno mistificato il personaggio, spesso concentrandosi su determinati momenti del suo percorso, altre volte omettendoli volontariamente, sempre cercando di creare un’immagine che si adattasse alla narrazione prescelta.È un conto leggere interpretazioni e analisi delle sue opere, un altro ascoltarlo in prima persona. La vita di Schiele, nato nel 1890 e morto nel 1918, è breve e intensa, e il volume Ritratto d’artista permette di accompagnarlo per un pezzo di strada e di scoprire la sua vita con i suoi occhi. Non si tratta di una biografia, ma di un volume che comprende le lettere dell’artista, le sue poesie e il diario di Neulengbach.Nelle sue lettere ripercorre il rapporto con la famiglia, la perdita precoce del padre, il legame con la sorella, il difficile rapporto con l’Accademia, ma anche le amicizie che stringe con artisti e collezionisti. Nei testi scritti a Neulengbach possiamo leggere uno dei momenti più travagliati della sua vita: l’artista viene accusato di aver mostrato disegni erotici a minorenni, con accuse di sequestro e violenza; nei testi scritti in carcere presenta il suo punto di vista sull’accaduto. Schiele non può mai dirsi davvero tranquillo: vive anche l’avvio della guerra e le paure legate al servizio militare. Fino alla fine, la sua vita rimane tormentata: nel 1918, la sua moglie, incinta di sei mesi, viene colpita dall’influenza spagnola, e la coppia muore a distanza di tre giorni.Vediamo come, nonostante le difficoltà, l’artista continui a credere in se stesso e nella sua arte, convinto che le sue opere un giorno dovranno essere esposte nei templi dell’arte e che anche un’unica opera d’arte “viva” è sufficiente per garantire l’immortalità dell’artista. Perfino sul letto di morte, dichiara che i suoi quadri sarebbero dovuti essere esposti in tutti i musei del mondo.È interessante poter attingere alle testimonianze dirette dell’artista e ricondurlo da un’aura mistica a un contesto di vita reale, renderlo “umano”. Le questioni economiche e la precarietà del mestiere artistico, le relazioni familiari e sociali, il confronto con le consuetudini e le tradizioni popolari e anche gli amori diventano temi centrali, in un contesto di straordinaria attualità ancora oggi.Per chi fosse interessato a una lettura breve e accessibile, che narri la vita del pittore nei suoi momenti salienti, si consiglia inoltre il volume Egon Schiele. Il corpo struggente. In questo libro a fumetti, Otto Gabos crea illustrazioni che accompagnano il racconto biografico con disegni straordinari che adottano la linea del pittore austriaco.

Se amore guarda. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale. - Tomaso Montanari

Se amore guarda. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale. - Tomaso Montanari

Leggere Tomaso Montanari significa accettare che il patrimonio culturale non è un tema neutro, né un sapere astratto. In Se amore guarda l’autore intreccia storia dell’arte, politica e coscienza civile, restituendo ai beni culturali la loro natura più profonda: quella di bene comune, esperienza viva e strumento di libertà. Un libro che non insegna solo a guardare il passato, ma a stare nel presente — con maggiore responsabilità e, forse, con più umanità.

Mostra Giovanni Segantini - Museo Civico di Bassano del Grappa - 25.10.2025-22.2.2026

Mostra Giovanni Segantini - Museo Civico di Bassano del Grappa - 25.10.2025-22.2.2026

Che cos’è una mostra, oggi? L’esposizione dedicata a Giovanni Segantini al Museo Civico di Bassano del Grappa offre una risposta chiara: ricerca, confronto e conoscenza. Un percorso rigoroso che attraversa l’intera parabola dell’artista e ne restituisce la complessità, oltre ogni lettura riduttiva, confermandone il ruolo centrale nella pittura europea di fine Ottocento.  

La “Dolce Vita” di Novella Parigini

La “Dolce Vita” di Novella Parigini

La “Dolce Vita” di Novella Parigini  Libera, audace, indimenticabile. Novella Parigini ha trasformato la propria vita in un'opera d'arte. Dalì, Sartre e Hollywood non sono che il contorno di un personaggio che sfida ancora il tempo.

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